Appello Grimilde, Francesco Grande Aracri condannato a 24 anni

La pena è stata inasprita rispetto ai 19 anni e 6 mesi del primo grado. Il figlio Paolo è stato condannato a 9 anni
REGGIO EMILIA – Francesco Grande Aracri, considerato il vertice della ‘ndrangheta in Emilia, è stato condannato a 24 anni di carcere dalla Corte d’Appello di Bologna, che ha riconosciuto il suo ruolo di capo indiscusso della cosca attiva a Brescello. La sentenza è giunta al termine del processo di secondo grado, scaturito dall’inchiesta “Grimilde” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna.
Francesco Grande Aracri (nella foto con l’ex sindaco di Brescello, Marcello Coffrini), lo ricordiamo, è quello che l’ex sindaco di Brescello, Marcello Coffrini, in un servizio dell’associazione antimafia Cortocircuito, aveva definito come “gentilissimo, è uno molto tranquillo… è molto composto, educato, ha sempre vissuto a basso livello. Hanno un’azienda… con cui fanno i marmi… mi fa piacere che siano riusciti a ripartire”.
Anche in seguito a queste affermazioni, fatte nell’agosto del 2014, scoppiò una bufera che portò alle dimissioni di Coffrini e poi, anche a causa di quanto emerse nell’inchiesta Aemilia, al commissariamento per mafia del Comune di Brescello.
La Corte, presieduta da Luisa Raimondi, ha accolto il ricorso della Procura generale di Bologna, aumentando la pena rispetto ai 19 anni e 6 mesi inflitti in primo grado dal Tribunale di Reggio Emilia il 15 dicembre 2022. Francesco Grande Aracri, originario di Cutro e fratello del noto boss Nicolino, è stato riconosciuto come il capo della cosca che operava a Brescello, ribattezzata “Cutrello”.
Anche Paolo Grande Aracri, figlio di Francesco, è stato condannato a 9 anni di detenzione, una pena concordata tra accusa e difesa, ridotta rispetto ai 12 anni e 2 mesi del primo grado.
L’operazione “Grimilde”, scattata il 25 giugno 2019 con 16 arresti eseguiti dalla Polizia di Stato, è stata considerata un duro colpo alla cellula della cosca Grande Aracri di Cutro basata a Brescello. Le indagini hanno portato alla luce l’uso di “teste di legno” per coprire affari illeciti, estorsioni ai danni di imprenditori, truffe e rapporti opachi con la politica locale.
Questa attività investigativa segue il blitz “Aemilia” del 2015, svelando come i Grande Aracri siano riusciti a dettare legge anche a Brescello, il primo comune dell’Emilia-Romagna sciolto per mafia. Il comune, che poi fu commissariato per mafia, noto per i racconti di Giovannino Guareschi, è stato identificato come un centro di attività affaristiche della ‘ndrina emiliana, autonoma ma strettamente legata alla casa madre di Cutro.