Andrea Fornili, la chitarra che ha conquistato il cuore degli ‘Stadio’

Il chitarrista reggiano ricorda il trionfo a Sanremo: “Stavo per andare a cena, ma ci dissero che avevamo vinto. Ci toccò digiunare”
REGGIO EMILIA – Andrea Fornili è un nome che risuona tra gli appassionati di musica italiana, specialmente per coloro che seguono la storica band de ‘gli Stadio’. Reggiano doc, chitarrista di talento e musicista poliedrico, ha saputo ritagliarsi un posto di rilievo nello scenario musicale grazie al suo stile unico ed inconfondibile. Un talento capace di accompagnare generazioni di ascoltatori in un viaggio che continua ancora oggi, regalando emozioni attraverso le sue note.
Fornili, perché proprio la chitarra? Cosa ha di speciale questo strumento tanto da indurla a sceglierlo come compagno di viaggio musicale?
Avevo appena sette anni quando il mio cuore si infiammò per la batteria, uno strumento che, purtroppo, per i miei genitori risultava troppo rumoroso. Vivevamo in un condominio e così mi suggerirono di abbracciare la chitarra. In quel periodo, tra le mura di casa, la figura che più di ogni altra esercitava su di me un’influenza profonda era mio zio Remo, il mio vero e proprio mentore. Suonava la chitarra con una maestria autodidatta, accompagnato dal canto dei suoi amici. Con la sua amata ‘Eko’ riusciva a far vibrare l’anima di chiunque lo ascoltasse. I suoi riferimenti musicali erano i grandi Modugno e Gaber, le cui note, grazie a lui, diventavano il mio pane quotidiano. Così, con il suo esempio, mi avvicinai anch’io alla chitarra. Ero un ragazzo timido, ma di una timidezza che si mescolava con un pizzico di goliardia. Ancora oggi, non mi piace prendermi troppo sul serio, ma amo la vita, con le sue contraddizioni, con le sue gioie e le sue difficoltà.
Fondamentale fu il suo incontro con Miguel Bosè. Ce lo racconta?
Negli anni Ottanta la fortuna mi sorrise, permettendomi di entrare nel mondo musicale di Miguel Bosè. Lo accompagnai in un tour mondiale che mi permise di approdare in America, dove la formazione musicale era già avanzata grazie all’uso di cassette e manuali tecnici. Questi strumenti mi aiutarono ad ampliare ulteriormente il mio bagaglio di conoscenze tecniche. Inoltre, ebbi anche l’onore di avere come insegnanti Tommaso Lama (specializzato in jazz) e Paolo Gianoglio (esperto di armonia jazzistica). E per quanto riguardava il rock, mi bastava ascoltare e immaginare. Un tempo, i grandi musicisti si potevano ammirare solo nelle fotografie pubblicate sulle pagine della rivista musicale ‘Ciao 2001’ o proiettati nei cinema, veri e propri templi di culto per noi giovani sognatori. I cinema ‘Corso’ e ‘Capitol’ erano presi d’assalto, dove i ragazzi affollavano le sale per assistere alle pellicole che celebravano i loro idoli, come ‘Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica’, ‘L’isola di Wight’, ‘Yessongs’, i film che segnavano l’immaginario collettivo di un’intera generazione.
Quando iniziò il suo percorso musicale?
Il mio percorso musicale ebbe inizio con i Bogart, un gruppo che segnò profondamente la mia crescita artistica. Tra le pareti della sala di registrazione a San Martino in Rio incontrai Maurizio Tirelli il quale mi presentò a Andrea Mingardi, e proprio con quest’ultimo intrapresi un tour estivo. Da quel momento il mio cammino nel mondo della musica continuò a tracciare una strada unica e irripetibile. La chitarra è passione, e la passione non si estinguerà mai, continuando a illuminare la mia via con la stessa intensità di sempre.
Lei è un esempio di autore/musicista che continua a essere ascoltato dalle nuove generazioni. Ritiene che ciò sia un merito della sua musica, o è piuttosto una riflessione sul fatto che, purtroppo, oggi molti artisti sembrano perdersi nel conformismo commerciale e nella ripetitività dei “tormentoni estivi”?
I “tormentoni estivi” sono una costante nella nostra esistenza: c’erano, ci sono e continueranno a esserci, inevitabilmente. Essi rappresentano un modo per allontanarsi, anche solo per un attimo, dalla frenesia che permea la nostra quotidianità. Non desidero adottare toni nostalgici, nè sembrare un “vecchio” che guarda al passato con rammarico, ma è indiscutibile che oggi, per restare al passo con i tempi, sia imprescindibile l’informazione. Non si può rimanere eternamente contemporanei, seppur in ogni settore della vita. Le mode di oggi, in particolare, mi suscitano dubbi sulla loro durata, poiché si consumano in modo eccessivamente rapido. Ricordo, quando ancora i miei capelli erano scuri (ride, ndr), come armato di tenda sostai dinanzi alla vetrina del negozio ‘Snoopy’ (che in seguito assunse il nome di ‘Tosi Dischi’), determinato a mettere le mani sul vinile dei ‘Queen’, mentre veniva lanciato il celebre ‘Bohemian Rhapsody’. Oggi mi chiedo quanti, con la medesima passione, sarebbero disposti a compiere un simile gesto. Ciò che rendeva speciale lo ‘Snoopy’ era la sua capacità unica di far arrivare i dischi, appena pubblicati in America, in tempi brevissimi anche a Reggio Emilia. In quel periodo Reggio divenne, a giusto titolo, la capitale italiana del vinile.
Si assiste sempre più a un predominio della tecnologia nella musica, spesso a scapito dello studio e della ricerca musicale. Pertanto è ancora corretto chiamarla “musica”?
Più che parlare di ricerca, preferirei definire questo processo come un’espressione di creatività musicale. L’apprendere sotto la guida del miglior chitarrista fornisce solide fondamenta, ma è solo l’infusione di quella dose di creatività che può realmente completare il quadro; senza di essa qualcosa rimarrà sempre mancante. In effetti, una certa “ignoranza” sana, intesa come libertà da costrizioni tecniche, può essere un vantaggio nell’esplorazione della propria inventiva musicale. Lo studio è senza dubbio essenziale per acquisire una tecnica raffinata, ma essa deve essere accompagnata dalla sensibilità e dalle sfumature che ne elevano l’espressione. Inizialmente l’imitazione può costituire un passo utile, ma con il tempo è imprescindibile intraprendere un percorso autentico e personale. Va detto, tuttavia, che non tutti sono in grado di sviluppare questa capacità. Rispondendo alla sua domanda in modo più specifico: la tecnologia può certamente essere un valido strumento di supporto, ma il suo utilizzo deve essere misurato, evitando che diventi un rifugio a discapito della vera espressione musicale.
Che cosa la unisce ai suoi compagni di viaggio, Gaetano Curreri e Roberto Drovandi? E come descriverebbe il suo rapporto con Giovanni Pezzoli che ci ha lasciato nel dicembre 2022?
Siamo un gruppo di amici che, con passione e dedizione, ha intrapreso e continua a percorrere il cammino della musica di qualità. Pezzoli, in particolare, era il mio compagno di “bianco”. Mi spiego meglio: ogni volta che eravamo insieme, il vino bianco non mancava mai sulla nostra tavola. Gli ‘Stadio’, per noi, sono una vera e propria famiglia. In un gruppo musicale, infatti, si instaura un legame profondo, unico, che va oltre la musica stessa. È un rapporto di fiducia, di supporto reciproco, una costante certezza su cui fare sempre affidamento. Persone sulle quali si può sempre contare, nel bene e nel male, pronti a condividere non solo le gioie, ma anche le difficoltà del percorso.
Tra le numerose composizioni vi è qualche brano che predilige in particolar modo?
Il pezzo ‘Acqua e sapone’, con le sue sonorità evocative degli anni Ottanta, si distingue per la freschezza melodica che richiama l’effervescenza di un’epoca musicale ricca di innovazione. Se ne può dire lo stesso per il testo di ‘Chiedi chi erano i Beatles’, che con garbo e poesia trasporta l’ascoltatore in un viaggio nei ricordi di una generazione che ha vissuto il mito della “Beatlemania”. Eppure, è con ‘Un giorno mi dirai’ che il nostro cammino musicale ha trovato un degno coronamento: la vittoria al Festival di Sanremo, avvenuta nell’ormai lontano 2016. Un trionfo che rimarrà impresso nella memoria di tutti noi come una testimonianza indelebile del nostro impegno e della nostra passione. Mi permetta di condividere un aneddoto che ben esprime l’emozione di quei giorni: la sera della finale avevo già riposto il mio strumento nella custodia, pronto a recarmi al ristorante per un meritato ristoro. Ma… proprio quando pensavo che la serata stesse volgendo al termine, un’imprevista chiamata mi giunse a sorpresa: avevamo vinto. La nostra gioia si tramutò in un’impellente necessità di posticipare la cena. Ebbene, l’unica “nota stonata” quella sera fu la necessità di digiunare, un sacrificio che per delle “buone forchette” come noi rappresentò un vero e proprio trauma gastronomico.
Nel corso della sua carriera ha avuto l’opportunità di collaborare con alcuni dei più grandi nomi della musica, da Vasco Rossi a Franco Battiato, passando per Anna Oxa, Patty Pravo e molti altri. C’è qualche aneddoto particolare che ricorda con affetto o che ritiene significativo di queste collaborazioni?
Quando ebbi l’onore di incontrare Franco Battiato la mia prima impressione fu quella di trovarmi di fronte a una persona di grande serietà, un uomo apparentemente riservato e distante. In realtà, ciò che scoprì il mio spirito curioso fu un individuo straordinariamente affabile, capace di un’ironia sottile e di un carattere scherzoso che ne rendevano la compagnia piacevolmente imprevedibile. Battiato, con rara e nobile naturalezza, non faceva alcuna distinzione di rango o posizione; si adattava armoniosamente a ciascun interlocutore, un gesto che non va mai dato per scontato e che, anzi, rispecchiava la sua grande umanità. Non posso fare a meno di riconoscere che ogni persona con la quale ho avuto il privilegio di collaborare ha portato con sè una luce unica, un’impronta distintiva e uno stile inconfondibile. E, sinceramente, confesso di essermi sempre divertito immensamente in compagnia di tutti. Un elemento fondamentale che ha senza dubbio contribuito a questa gioia costante è il mio carattere solare, che mi spinge a vedere la bellezza in ogni interazione e a cogliere sempre il lato più luminoso delle persone con cui mi trovo a collaborare.
Un tempo la musica era considerata non solo una colonna sonora, ma anche un motore di cambiamento sociale e politico. Canzoni come ‘El pueblo unido jamás será vencido’ o ‘Bella ciao’ hanno avuto un ruolo decisivo in momenti storici cruciali. Oggi, di fronte a problematiche sociali urgenti, come la violenza sulle donne, la musica sembra non rispondere più con la stessa forza. Cosa pensa di questa trasformazione nella funzione sociale della musica?
La musica, innanzitutto, esiste per dare forma alla melodia e alla composizione, ma al contempo svolge un ruolo profondo nella crescita della consapevolezza individuale e collettiva. Essa possiede anche una straordinaria capacità terapeutica, un potere che va ben oltre il semplice intrattenimento. Una canzone ben scritta, infatti, può divenire una forma di cura, un balsamo per l’anima. Condividere il testo di una melodia può, talvolta, alleviare la solitudine, offrendo conforto e una sensazione di connessione. La musica, tuttavia, può essere interpretata in molteplici maniere: con la serietà che merita o con leggerezza, senza necessariamente gravare di significati complessi. Non intendo certo pontificare su questa arte, poichè ogni epoca possiede le proprie sfumature, le proprie dinamiche e il proprio modo di approcciarsi a essa. Ciò che è fondamentale è la conoscenza, la capacità di comprendere i contesti e accogliere il cambiamento che essa porta con sè. È altrettanto importante essere aperti e informati, affinchè si possa formulare un’opinione consapevole e ben argomentata.